Se uno percorre la produzione pittorica di Stefano Chiacchella, la prima cosa che lo colpirà saranno le donne.
Le forme femminili sono le principali portatrici di valori estetici e plastici e sembrano sintetizzare la bellezza dell’universo: l'astronauta percorre il suolo lunare sulla sfera di un seno femminile, il Sorriso di “Virginie” ha l’energia e il mistero del meriggio mediterraneo, i fianchi di “Nina” ridisegnano le trine delle bifore veneziane. Non ci sono paesaggi. E’ l’umanità il paesaggio, il corpo e il viso sono le albe e i tramonti di una realtà che è tutta urbana e tecnologica. Anche la nudità dei corpi resta nell’attualità grazie ad un orologio o a scarpe col tacco altissimo o a calze autoreggenti anche dove si citano miti greci o minoici. Chè qui il passato è assente e la storia è tutta recente e personale. Così la rivisitazione di alcune opere celebri ne evidenzia la distanza: il “Dejeuner sur l’herbe” raccoglie freaks e punks su un prato, il “Bar delle Folies Bergères” vede lo stesso Monet specchiarsi rovinando l’illusione e lo stupore, il dio Nettuno emerge azzurro e col tridente dal mare dietro a bagnanti stravaccati e con occhiali da sole. Archetipi culturali sono rivisti con ferocia: un piatto di spaghetti al pomodoro raccoglie intorno figure inquietanti con giacche di buon taglio, la “Parata” accozza e vanifica simboli di aquile e spadoni, la “Natura morta” vede un mouse su un cielo che è forse un mousepad con tanto di falce di luna. Ed è forse in questo cielo-non-cielo che si può sintetizzare il “gioco” (e la poesia) di Chiacchella, gioco di immaginazione sensualità ed ironia che formano il ricco palinsesto delle sue tele. Rita Castigli |
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